Superti, la Val d’Ossola e gli intrecci invisibili della Resistenza 

Nella geografia nascosta della Resistenza italiana, alcuni nomi brillano di una luce obliqua. Non sono quelli dei comandanti partigiani celebrati nei manuali scolastici, né dei leader politici che alla fine della guerra saliranno a Palazzo. Sono nomi laterali, eppure centrali. Dionigio Superti è uno di questi. Il suo nome ricorre in lettere ufficiali, documenti cifrati, relazioni dimenticate e testimonianze che, se accostate con pazienza, rivelano uno scenario meno compatto di quanto vorremmo credere. Un mosaico fatto di rivalità politiche, fedeltà multiple, ambiguità strategiche e figure che si muovono tra Svizzera, Val d’Ossola e reti d’intelligence con una lucidità che la retorica postuma ha spesso preferito dimenticare. 

Una valle strategica e un uomo fuori schema 

La Val d’Ossola era un punto nevralgico nell’economia di guerra: chi controllava quei valichi deteneva uno degli snodi più importanti per il passaggio di uomini, armi, messaggi e speranze. Quando, dopo l’8 settembre 1943, la dissoluzione dell’esercito italiano lasciò centinaia di migliaia di soldati sbandati in cerca di salvezza, Superti – ex sergente maggiore dell’aeronautica, gestore di un’impresa di legname a Premosello Chiovenda – comprese che la lotta partigiana sarebbe passata anche dalla capacità di dare rifugio e direzione a quei frammenti di nazione. 

Da subito raccolse intorno a sé uomini, diede vita a una delle prime formazioni armate della zona e fu protagonista della proclamazione della Repubblica dell’Ossola nel settembre 1944. Eppure, malgrado i suoi meriti sul campo, Superti fu oggetto di una guerra fredda tutta interna alla Resistenza. Il CLNAI, dominato in larga parte da esponenti comunisti e azionisti, non vedeva di buon occhio un comandante che rifiutava l’imposizione di un commissario politico e che ostentava una linea apartitica, seppur antifascista. 

Partigiani della Val d’Ossola, al centro il comandante Dionigio Superti

Un comandante scomodo per tutti 

È proprio questa posizione “né-né” a renderlo scomodo. Né comunista né fascista, né obbediente né ribelle, Superti attirava sospetti e diffidenze da più fronti. Il documento che più chiaramente restituisce questo clima è una lettera di Enrico Vezzalini, prefetto fascista, indirizzata al parroco di Mergozzo il 21 settembre 1944. In essa Vezzalini, pur non risparmiando l’odio di classe e le invettive ideologiche tipiche del suo ruolo, rivela un dato prezioso: Superti era percepito come una figura carismatica e temuta. Gli veniva attribuito il potere di ottenere la liberazione della madre dietro minaccia, la distribuzione selettiva dei viveri e persino la gestione delle linee elettriche. Eppure, al tempo stesso, Vezzalini afferma con tono sprezzante che quella fama era immeritata e che il suo seguito era composto da “falliti, vigliacchi, bastardi e traditori”. 

Che sia odio o timore, poco cambia. Il valore documentale di questa testimonianza sta proprio nel suo intento denigratorio: Superti, agli occhi dei fascisti, era abbastanza importante da meritare una replica articolata e sdegnata. Più delle accuse infondate, conta la scelta di scrivere una risposta pubblica al parroco. In una guerra combattuta anche con la propaganda e il controllo morale, l’esistenza stessa di questa lettera dimostra che Superti era un nodo critico del sistema. 

L’attentato fallito e la sua “cifra umana” 

Ma il fronte più pericoloso per Superti non fu quello fascista. Furono proprio i suoi compagni partigiani a decretarne la fine: il CLNAI, ritenendolo inaffidabile, decise la sua eliminazione fisica infiltrando un sicario nella sua formazione. Il colpo fallì. Non per errore, ma per pietà. Chi avrebbe dovuto eseguire l’ordine, dopo aver conosciuto Superti da vicino, ne comprese la statura morale e rifiutò di ucciderlo. Lo rivelò a lui e agli altri compagni, in una confessione che è rimasta documentata: 

«Costui entrato nella sua formazione […] non ha eseguito l’ordine e in più ha confessato a Superti ed ai compagni della formazione quale era l’incarico a lui affidato». 

Cosa colpì così profondamente il sicario da fargli violare un ordine diretto? Forse quella “cifra umana” che molti documenti attestano. Superti non era un idealista da manuale, ma un uomo d’azione, un comandante pratico, che non chiedeva appartenenze ideologiche ma lealtà e coraggio. Forse proprio per questo era inviso ai vertici politici: non addomesticabile, non manovrabile. 

La Svizzera, Comito e Wally Toscanini: il triangolo segreto 

Quando le minacce divennero troppo gravi, Superti trovò salvezza grazie a una rete che non aveva nulla a che fare con il CLNAI. L’appoggio venne da quella zona grigia e strategicamente essenziale che fu l’intelligence svizzera e alleata. Fu il conte Filiberto Comito, leader monarchico e capo della “Banda Gialla”, a organizzare il suo passaggio in Svizzera. E fu Wally Toscanini – figlia del celebre Arturo Toscanini, raffinata figura d’intellettuale cosmopolita – a fare da referente tra la formazione di Superti e il Consolato americano di Lugano. 

In un documento interno datato 17 febbraio 1945, si legge: 

«[…] Rapporti con le rappresentanze militari americane. L’Ing. Cristofoli manterrà stretto contatto con Mr. Jones, Ufficio Consolare Americano di Lugano e con la Contessa Wally Toscanini […], Questa signora è la rappresentante della nostra formazione presso il servizio americano». 

Una frase asciutta, eppure densa di implicazioni: Superti sapeva di essere un bersaglio e cercò copertura fuori dall’Italia. Non si rifugiò però nella passività: rilanciò, cercò alleanze, agì. Il suo network personale – fatto di Comito, Ventura, Brancaccio, e diplomatici americani – diventa in quel momento il suo scudo. Non più “partigiano d’Ossola”, ma anello strategico in un più ampio gioco d’intelligence. 

I veleni del CLNAI e il codice Macchi 

Un documento cifrato – parte della corrispondenza tra Stucchi (alias “Fed”) e Pezzotta (“Astolfo”) – rivela quanto fosse difficile per il CLNAI tollerare una figura come Superti. Si parla esplicitamente di “provvedimenti minacciati” e della necessità di respingere le “offerte dell’organizzazione del Comito” – un’evidente allusione alla protezione fornita a Superti. Il senso politico della questione è chiaro: neutralizzare i monarchici, gli indipendenti, i non allineati. Consolidare una narrazione resistenziale univoca, epurata da elementi non “ortodossi”. 

Un ritratto senza retorica 

Scrivere oggi di Dionigio Superti significa scardinare i racconti facili. Significa accettare che la Resistenza fu anche luogo di conflitti interni, diffidenze, esecuzioni mancate e alleanze inconfessabili. Eppure proprio in questo risiede la sua complessità e, paradossalmente, la sua forza: uomini come Superti, Comito o Ventura non si piegarono alle logiche di partito. Rifiutarono l’etichetta ideologica per servire una causa più alta. Non quella di un “nuovo potere”, ma quella di una libertà reale, che passa anche dal rifiuto delle etichette. 

Non era un santo, Superti. Ma non era nemmeno il fuorilegge che qualcuno volle dipingere. Era un uomo di confine – tra due Stati, tra due epoche, tra due moralità. Il fatto che sia sopravvissuto a un attentato interno alla Resistenza, e che si sia salvato grazie alla pietà di un sicario, racconta più di qualsiasi medaglia il valore della sua esistenza. 

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