Intervistatore: Montanelli, oggi, a distanza di decenni dalla sua morte, esce un libro che esplora un capitolo poco conosciuto della sua vita, il periodo in Svizzera durante la fine della Seconda guerra mondiale e del suo coinvolgimento nella resistenza, non solo come osservatore ma come attore in una rete di spionaggio britannico. Come risponderebbe a queste nuove rivelazioni?
Montanelli: Ah, la storia… è una brutta bestia. Si ha l’impressione di poterne afferrare i fili, tirare le somme, ma la verità è che alla fine rimangono solo i brandelli. Non mi sorprende che oggi qualcuno voglia riscrivere la mia biografia. In vita, del resto, non ho mai fatto segreto di aver mantenuto un certo riserbo su quel periodo. Non si trattava di vigliaccheria, ma di una scelta consapevole. Il silenzio, a volte, è l’unico scudo contro i giudizi sommari.
Montanelli: Non starò qui a fare il difensore di me stesso, ma se proprio vogliamo affrontare la questione, lasciatemi dire che il mondo dello spionaggio non è mai stato un affare pulito. La «Banda Gialla» era un gruppo complesso, composto da individui di vario colore politico, e sì, c’erano contatti con i britannici. Ma non pensiate che fossimo tutti agenti alla James Bond. Eravamo italiani, con le nostre ambiguità e i nostri compromessi, persone normali che facevano cose straordinarie in circostanze disperate. Quel che è certo è che non ero un partigiano nel senso classico del termine.
Intervistatore: E del suo ruolo specifico cosa ci può dire? Il libro parla di lei come un «capitano» della rete di resistenza monarchica…
Montanelli: «Capitano» è una parola grossa. Diciamo che ero presente. Non mi sono mai definito un eroe, né mi piace l’idea di esserlo. Ho fatto quello che dovevo fare, ma non per ideologia. La resistenza, per come l’ho vissuta io, non era la sfilata che molti oggi vogliono dipingere. Era fatta di decisioni difficili, di alleanze scomode, e di una gran dose di fortuna.
Intervistatore: In che modo, secondo lei, questo libro potrebbe cambiare la percezione del pubblico su di lei?
Montanelli: Cambiare la percezione… È un’impresa ardua. Mi sono sempre tenuto lontano dalle celebrazioni, soprattutto di me stesso. Ho preferito, per citare il vecchio Guareschi, tirare a campare. Ma se questo libro serve a chiarire alcuni punti controversi della mia vita, ben venga. Spero solo che non cada nel solito errore: voler fare di Montanelli una bandiera.
Intervistatore: Molti critici hanno visto in lei una figura ambigua, qualcuno che ha giocato su più tavoli. Questo libro sembra sfidare quel giudizio. Come commenta?
Montanelli: Ambiguo, sì. Una parola che non mi è mai dispiaciuta. E vi dirò perché: chi non è ambiguo, di solito è uno sciocco o un fanatico. Le situazioni che ho vissuto io erano tali da richiedere flessibilità, una certa capacità di adattamento. Se il prezzo per questo è l’ambiguità, lo pago volentieri. Ma se c’è una cosa che mi infastidisce, è il tentativo di ridurre la Storia a bianco o nero. La resistenza, la guerra, erano una serie infinita di sfumature. Io sono stato fascista, sì, come tanti della mia generazione. Ma ho anche saputo staccarmene, e quando è stato il momento giusto, ho fatto la mia parte contro il regime. Non mi sono mai dipinto come un eroe, ma se c’era qualcosa che non sopportavo era il conformismo, fosse esso fascista o antifascista. La mia era una ribellione intellettuale, non ideologica.
Intervistatore: Cosa ne pensa del fatto che il suo contributo alla resistenza di stampo monarchico venga finalmente alla luce?
Montanelli: (ride) Viene alla luce, dici? Beh, forse era meglio che rimanesse nel buio, come molte delle cose fatte in quegli anni. Però, capisco l’interesse. Il mondo ha sempre bisogno di storie nuove da raccontare e la resistenza monarchica non ha mai avuto il fascino di quella comunista. Forse è giusto che anche quella parte della storia venga rivelata, anche se… non credo che cambierà il destino di molti.
Intervistatore: In conclusione, se dovesse lasciare un messaggio ai lettori di questo libro, cosa direbbe?
Montanelli: Ai lettori dico: non credete mai ciecamente a nulla, nemmeno a me. Leggete, riflettete e cercate di farvi un’opinione vostra. La Storia è fatta di uomini, e gli uomini sbagliano. Se questo libro aiuterà a capire un po’ meglio la complessità di quegli anni, allora avrà fatto un buon lavoro. Ma ricordate: non c’è una verità definitiva, solo frammenti che si intrecciano.
Intervistatore: Grazie per il suo tempo.
Montanelli: Il tempo, caro mio, è l’unica cosa che non abbiamo mai abbastanza.
Copyright © 2024 Damiano Trillò
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Le foto di Montanelli:
Thérèse Bonney, © The Regents of the University of California, The Bancroft Library, University of California, Berkeley. This work is made available under a Creative Commons Attribution 4.0 license
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