Intervistatore: Conte Filiberto Comito, lei è stato un eroe di guerra durante la Prima Guerra Mondiale, decorato con quattro medaglie al valore, tre d’argento e una di bronzo. Come ha vissuto quel conflitto, e cosa ha lasciato nella sua vita?
Comito: La guerra… quella vera, non quella che si racconta sui libri o si glorifica nei discorsi patriottici. Era un caos ordinato, un gioco mortale di resistenza fisica e psicologica. Quei campi di battaglia non erano scenari di eroismo ma arene di sopravvivenza. Quattro medaglie, sì… Ma non sono state le medaglie a forgiare l’uomo che sono diventato. Piuttosto, sono state le decisioni difficili, gli ordini a cui ho dovuto obbedire e, a volte, disobbedire. Ho imparato che la vera battaglia non è contro il nemico visibile, ma contro il silenzio che segue, contro l’incomprensione che rimane.
Intervistatore: Signor Comito, nel libro “Montanelli e la Banda Gialla” emergono dettagli inediti riguardanti il suo ruolo cruciale all’interno della rete di resistenza e i suoi rapporti con l’intelligence britannica. Alla luce delle nuove informazioni desecretate, come ritiene che la sua storia e quella della Banda Gialla influenzino la comprensione odierna della Resistenza italiana e del ruolo delle forze monarchiche e moderate nel conflitto?
Comito: Vede, per molti anni la narrazione della Resistenza italiana è stata dominata da un’unica prospettiva: quella delle brigate partigiane, spesso di matrice comunista, che avevano obiettivi ben diversi dai nostri. Questo ha creato un vuoto, un’ombra su quella parte di resistenza che non si faceva sventolando bandiere rosse, ma lavorando nell’ombra, in silenzio, e a volte anche contro quei partigiani con cui formalmente condividevamo un nemico. La Banda Gialla non era una forza di liberazione popolare nel senso romantico del termine. Era un’operazione di precisione, orchestrata da uomini che avevano giurato fedeltà al Re e che credevano ancora nella monarchia come unico baluardo contro il caos. I nostri rapporti con l’intelligence britannica non erano frutto di simpatia, ma di necessità. Il nostro compito era raccogliere informazioni, muovere risorse e persone, mantenendo sempre una distanza prudente dalle frange estreme della resistenza italiana. Il libro, mettendo in luce queste dinamiche, aiuta a riscrivere una pagina dimenticata della storia. Era ora che si parlasse di quella resistenza meno conosciuta, di coloro che non sparavano dai monti, ma maneggiavano documenti, informazioni, accordi sottili. Non per eroismo, ma per strategia. E se oggi queste nuove informazioni cambiano la percezione che si ha della Resistenza, allora possiamo dire che, forse, abbiamo fatto il nostro lavoro meglio di quanto si sia mai saputo.
Intervistatore: Lei aveva stretti legami con i servizi segreti britannici, lavorando con il SOE già dal 1940. Come è stato il suo rapporto con i britannici, e in che modo influenzarono le operazioni della Banda Gialla?
Comito: I britannici… uomini di poche parole, ma molte azioni. Il mio rapporto con loro non era solo professionale. C’era una comprensione reciproca: loro avevano bisogno di persone come me, qualcuno che conoscesse il terreno, che sapesse muoversi tra i nemici e i finti amici. Noi della Banda Gialla eravamo il ponte tra i segreti che viaggiavano dalla Svizzera all’Italia. Collaborare con il SOE significava accettare una logica spietata: ogni mossa era calcolata, ogni vita una pedina. Non era una questione di lealtà, ma di efficacia. E quando ci siamo trovati di fronte a missioni impossibili, i britannici sapevano di poter contare su di noi. Non eravamo eroi, ma risolutori di problemi.
Intervistatore: Il suo legame con la Svizzera era profondo, sia per affari che per la guerra. Come riuscì a mantenere una presenza così influente in un paese neutrale, gestendo accordi commerciali internazionali mentre guidava una rete di resistenza?
Comito: La neutralità svizzera era una facciata. Dietro quella maschera di imparzialità si nascondeva un intricato gioco di interessi. La Svizzera non era solo un rifugio, ma un crocevia. Avevo già una solida presenza lì prima della guerra, con la mia attività nei trasporti internazionali e nella navigazione. Quando scoppiò la guerra, non fu difficile far passare certe operazioni sotto il radar. In Svizzera si trattava di bilanciare le relazioni tra affari, politica e guerra. Ma sapevo che la mia influenza lì non dipendeva dalle leggi svizzere, bensì dalle mie connessioni. I miei contatti nelle Ferrovie Federali Svizzere e nelle compagnie di navigazione mi hanno permesso di muovere uomini e informazioni attraverso una rete complessa ma invisibile.
Intervistatore: La sua esperienza con il fascismo è stata complessa. Come ha vissuto quel periodo, e quale era la sua posizione nei confronti del regime di Mussolini?
Comito: Il fascismo… un mostro che abbiamo creato, e che poi abbiamo cercato di domare. Non dirò che sono stato un oppositore fin dall’inizio, sarebbe una bugia. Come molti della mia generazione, ho visto in Mussolini una possibilità di riscatto, una forza che avrebbe potuto ridare dignità all’Italia. Ma presto capii che il fascismo non era ciò che sembrava. Era una trappola, una gabbia dorata. La mia posizione? Pratica, come sempre. Ho sfruttato ciò che potevo, ma senza diventare mai schiavo di quell’ideologia. E quando ho capito che il fascismo ci stava conducendo verso la rovina, ho fatto quello che dovevo fare: cercare una via d’uscita, e mettermi al servizio di una causa più alta.
Intervistatore: La Banda Gialla non fu solo una rete di spionaggio, ma ebbe anche un impatto umanitario, salvando vite, specialmente quelle degli ebrei perseguitati. Qual è stata la sua esperienza con queste operazioni?
Comito: Il confine tra operazioni di spionaggio e azioni umanitarie era sottile. Quando sei nel mezzo di una guerra, non puoi permetterti di essere solo un agente segreto o solo un uomo di affari. Dovevi essere entrambe le cose. Sì, abbiamo salvato vite, ma non per il piacere di farlo, non per eroismo. Era una questione di necessità, di strategia. Salvare qualcuno significava guadagnare fiducia, costruire nuove alleanze, creare opportunità. E gli ebrei che abbiamo aiutato a fuggire attraverso i confini non erano solo persone disperate. Erano informazioni, erano moneta di scambio in quel gioco spietato. Ma non fraintenda: ogni vita salvata era una piccola vittoria contro l’assurdità di quella guerra.
Intervistatore: Sono passati molti anni dalla fine della Seconda guerra mondiale; il Novecento è stato un secolo di ideali, di lotte, di guerre, di atti drammatici. Come giudica il presente?
Comito: Viviamo in un’epoca dove i valori morali sono stati ridotti a meri strumenti di opportunismo. Quando guardo indietro, vedo un mondo che ha perso la sua bussola. Nel 1951 la guerra era finita da poco e scrissi un libro, Frustate, il cui protagonista si chiamava Gualtiero e altro non era che la voce della mia disillusione. Gualtiero vede il decadimento morale e spirituale, e si rende conto che l’uomo, ormai, è diventato servo delle sue stesse creazioni, meccaniche e materiali. Abbiamo dimenticato l’ideale, abbiamo rinunciato a quella luce che dovrebbe guidarci. Io ho visto tutto ciò da vicino, nelle guerre e negli affari, e posso dirvi che nessun uomo può vivere davvero senza un ideale che lo sorregga.
Intervistatore: Se dovesse dare un ultimo consiglio a chi oggi cerca di capire quei tempi e il ruolo che lei ha avuto, cosa direbbe?
Comito: Direi di non cercare eroi o santi. La guerra, la resistenza, e perfino gli affari, non sono mai stati così chiari. Si trattava di adattarsi, di sopravvivere, di fare ciò che dovevamo fare. La Banda Gialla era un’operazione pragmatica, non un’epopea da raccontare ai nipoti. E il mio consiglio è semplice: studiate la storia, ma ricordate che i suoi protagonisti erano uomini, non statue. Abbiamo sbagliato, abbiamo agito, ma sempre con uno scopo. Se riuscite a capire questo, forse riuscirete a comprendere anche un po’ di più il caos di quegli anni.
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