Lazzerini-Badoglio tra la Svizzera, Montanelli e il peso della propaganda

Il destino di Maria Lazzerini Altoviti e Anna Sily Badoglio, figlia e nuora del Maresciallo Pietro Badoglio, non si intreccia soltanto con le vicende diplomatiche e sociali della Svizzera neutrale durante la Seconda Guerra Mondiale, ma si fa specchio di un periodo di caos e trasformazioni epocali.

Un ingresso sospetto

Il 14 luglio 1943, a pochi giorni dalla notte del Gran Consiglio del Fascismo nel quale si preparava s concludere l’esperienza politica di Benito Mussolini e del fascismo, le Lazzerini-Badoglio avanzavano la loro prima richiesta di visto per la Svizzera. Quel 25 luglio avrebbe sancito la caduta di Mussolini e l’ascesa del Maresciallo Badoglio, incaricato dal re di gestire una transizione che si sarebbe presto rivelata caotica. Il 2 settembre dello stesso anno, alla vigilia della firma dell’Armistizio di Cassibile, la seconda richiesta di visto veniva inoltrata. Dichiarare motivi medici per un soggiorno a Losanna appariva a molti un pretesto, e lo era. Non erano le cure, ma la fuga l’obiettivo reale. E se ne accorsero subito le autorità elvetiche, che non a caso accolsero la domanda con diffidenza.

La propaganda RSI

Una volta in Svizzera, le due donne si resero protagoniste di comportamenti tanto mondani quanto fuori luogo in un’epoca di privazioni e atrocità. Frequentavano i locali di Gstaad, alzando un po’ troppo il gomito e attirando l’attenzione sia delle autorità locali sia della stampa. Un episodio alla Refuge-Bar dell’Hotel Viktoria ne è la perfetta sintesi: Maria Lazzerini, completamente ubriaca, non trovò di meglio che dichiarare alla polizia locale che il giornalista presente alla scena aveva esagerato. Ma così non era.

La Repubblica Sociale Italiana non si lasciò sfuggire l’occasione, segnale che gli agenti dell’intelligence fascista sapevano avere accesso alle informazioni riservate: manifesti propagandistici ritraevano le Lazzerini-Badoglio come simboli della decadenza di una classe dirigente “traditrice”. “Guardate come vivono da rifugiate!” strillavano i titoli.

Montanelli, Badoglio e un giudizio tagliente

Indro Montanelli, che di Badoglio scrisse con il consueto stile diretto e senza indulgenze, ne tracciò un ritratto complesso, al contempo critico e rispettoso. «Uno spregiudicato carrierista, ma anche un professionista delle armi», lo definì, sintetizzando in poche parole un uomo la cui carriera era stata un continuo alternarsi di ambizioni personali e indiscutibili capacità militari. Badoglio non era certo un personaggio facile da classificare: accusato di codardia durante la disfatta di Caporetto e poi assolto, aveva dimostrato, secondo Montanelli, una rara maestria nel «mestiere delle armi» durante la campagna d’Abissinia. Fu proprio allora che Montanelli, giovane ufficiale al fronte, lo conobbe e lo osservò da vicino.

«Quando arrivò Badoglio, capimmo che qualcosa era cambiato. Dove prima regnavano l’improvvisazione e la retorica imposta da Mussolini, con lui si percepì subito la presenza di una mano sicura», raccontò Montanelli in uno dei suoi articoli più personali. Badoglio non esitò a riposizionare le truppe, ignorando le pressioni di Mussolini e affrontando la guerra con l’approccio pratico di chi conosce il campo di battaglia meglio dei corridoi del potere. «Un vero professionista», lo definì Montanelli, aggiungendo però che era altrettanto vero che «sapeva farsi pagare bene per i suoi servigi». Da bravo piemontese, Badoglio non disdegnava i benefici materiali delle sue imprese: il titolo di Duca di Addis Abeba e la rendita di Governatore a vita ne erano la dimostrazione.

Tuttavia, il Montanelli scrittore, acuto osservatore della storia recente, non si fermò alle imprese militari. Del Badoglio politico e capo del governo dopo il 25 luglio 1943 disse: «Che abbia condotto male le cose, lo credo senz’altro. Ma mi riesce difficile immaginare chi, in quella situazione, avrebbe potuto condurle meglio». Non era una difesa, bensì una constatazione. La caduta del fascismo e il successivo armistizio avevano consegnato all’Italia un paese in pezzi, travolto dalle armate tedesche e dal caos interno. Gestire quella transizione era un compito al di sopra delle possibilità di qualsiasi uomo, persino di Badoglio. Lo considerava un esempio emblematico di una classe dirigente italiana troppo spesso ambigua e incline alla sopravvivenza personale, ma capace, in alcuni frangenti, di trovare un’inaspettata competenza tecnica. «In ogni uomo, specie se grosso, non ce n’è mai uno solo», scrisse Montanelli, sintetizzando in questa frase il dualismo che aveva osservato in Badoglio: un militare capace di manovre brillanti e un politico troppo spesso ostaggio di calcoli personali.

Badoglio, per Montanelli, incarnava l’Italia di quegli anni: un paese pieno di contraddizioni, capace di grandi imprese e di meschini fallimenti all’ombra di interessi personali, alle volte personalissimi. «Non sono uno storico militare», diceva Montanelli, «ma di tutti i generali italiani che ho visto all’opera, Badoglio è stato l’unico a darmi la sensazione di sapere davvero cosa fare. Peccato che sapesse farlo soprattutto per sé stesso». E in queste parole risiede forse la sintesi più autentica di un giudizio che, pur tra ombre e luci, si sforza di restituire l’uomo nella sua complessità.

Gli ufficiali inglesi, l’intervento del Nunzio Apostolico

Nelle loro scorribande tra i lussuosi locali di Gstaad, le Lazzerini-Badoglio non erano mai sole. Al contrario, erano spesso in compagnia di ufficiali inglesi internati in Svizzera, una presenza che aggiungeva un ulteriore livello di imbarazzo alle già delicate implicazioni del loro soggiorno. Tra i frequentatori abituali spiccavano i maggiori Ronald Dawnay e Hugo Anson, ospiti dell’Hotel Palace e protagonisti di una vicinanza che superava i limiti tollerabili per chi si trovava in stato di internamento. Gli ufficiali inglesi, vincolati alle regole imposte dal regime svizzero di neutralità, non avrebbero dovuto intrattenere rapporti sociali tanto disinvolti, ma si mossero con la stessa leggerezza che contraddistingueva le figlie del Maresciallo.

Montanelli, che di ambivalenze si intendeva, avrebbe probabilmente sorriso amaramente di fronte a questa vicenda. Da una parte, gli ufficiali inglesi, simbolo della rigidità e dell’onore britannico, protagonisti in circostanze poco edificanti; dall’altra, le Lazzerini-Badoglio, rifugiate che incarnavano un’idea di privilegio irraggiungibile per i comuni cittadini. Un comportamento, quello delle donne, che avrebbe forse ricordato quello di certi esponenti della classe dirigente italiana, capaci di gesti tanto brillanti quanto disastrosi, spesso al servizio di interessi personali. “In ogni uomo, specie se grosso, non ce n’è mai uno solo,” avrebbe potuto dire anche di questi inglesi, il cui comportamento contribuì a mettere a rischio non solo la reputazione delle Lazzerini-Badoglio, ma anche l’immagine di neutralità e disciplina della Svizzera.

La situazione in Svizzera divenne talmente imbarazzante che fu necessario l’intervento del Nunzio Apostolico, Monsignor Filippo Bernardini, una figura di grande prestigio e delicatezza diplomatica. Bernardini, consapevole dell’eco che questa vicenda poteva avere, si mosse con la discrezione propria della sua carica. Propose il trasferimento di Maria Lazzerini a Berna, lontano dai locali mondani e dai riflettori indiscreti di Gstaad. Un richiamo all’ordine che tentava di salvare non solo l’onore delle donne, ma anche quello delle autorità svizzere che, ospitandole, si erano trovate a gestire un problema non da poco.

Il caso delle Lazzerini-Badoglio si trasformò in una vicenda emblematica, una sorta di microcosmo delle contraddizioni di quel tempo. Da una parte, c’erano le istanze di neutralità e severità svizzera; dall’altra, il privilegio di rifugiati d’alto rango che vivevano una sorta di esilio dorato. E in mezzo a tutto ciò, una guerra in atto, sanguinosa, efferata e lontana dal concludersi.

Copyright © 2024 Damiano Trillò

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