“Giustizia e non vendetta”: l’esecuzione di Gastone Melcher tra RSI, Alleati e Banda Gialla

La storia di Gastone Melcher è una di quelle che, nel corso di una ricerca, rischiano di rimanere confinate in una nota a piè di pagina, una presenza marginale, quasi accessoria, eppure capace di orientare lo sguardo, di modificare la traiettoria dell’indagine, di restituire profondità a ciò che, in superficie, appare già definito. È la caratteristica dell’indagine che attraversa la microstoria: ciò che sembra secondario si rivela strutturale, ciò che è relegato ai margini diventa chiave interpretativa. Perché la vicenda di Melcher è, in apparenza, una storia semplice, ridotta a poche righe, compressa in un trafiletto di giornale, chiusa nel rituale di un necrologio, destinata a dissolversi nella memoria pubblica. E invece, proprio in questa apparente irrilevanza, si trova una delle tracce più significative per comprendere la rete della Banda Gialla.  

Gastone Melcher era un cittadino svizzero originario di Trieste: uomo d’affari, e dopo l’armistizio collaboratore silenzioso del conte Filiberto Comito all’interno della Banda Gialla, la rete clandestina d’intelligence legata agli Alleati.  Siamo a Como nel tardo pomeriggio del 26 ottobre 1945, il sig. Melcher, quarantotto anni, esce dal suo ufficio in viale Regina 21, la sede della ditta di trasporti Italeuropa. È una giornata serrata tra comunicazioni e appuntamenti: riceve un telegramma che lo invita a chiudere in fretta un affare urgente, non prima di un appuntamento al bar Monti. Con sé porta pochi oggetti e una ingente somma di denaro in contanti, queste le ultime certezze, ma non arriverà mai a quell’incontro; scomparso alla vista di tutti, così, di colpo, come accade spesso nell’ultimo anno sulle rive del lago. Passano le ore del pomeriggio senza un cenno, una telefonata. Siamo all’imbrunire e il sig. Melcher non fa ritorno né in ufficio e né a casa dove l’aspettano la moglie e la figlia. La preoccupazione si fa immediata e i suoi cari si recano immediatamente alla vicina questura di Como per denunciare la scomparsa. In una Como ancora attraversata da sparizioni, regolamenti di conti e corpi inghiottiti dal lago, anche quella denuncia dovette apparire, agli occhi degli uffici di polizia, come l’ennesimo episodio destinato a un epilogo prevedibile; rassicurano i suoi famigliari con parole di circostanza e passano alla prossima denuncia. Le profondità del lago raramente restituiscono un corpo e se le cose sono andate come triste prassi comanda anche questo caso non farà differenza, così pensano in questura. Si avviano le doverose ricerche. Ma questa volta si sbagliano negli uffici della polizia, il corpo verrà ritrovato ma non nel lago: sarà rinvenuto settimane dopo, il 7 dicembre per l’esattezza, in località Valeria, nei pressi del Monte Olimpo, a pochi metri dal confine svizzero. Il cadavere è legato mani e piedi, avvolto in una coperta da campo, la gola recisa con precisione, e nella tasca un lasciapassare dell’Allied Military Government che certificava il suo ruolo durante la guerra come tramite tra l’Italia occupata e gli internati in territorio elvetico. Un omicidio, anzi meglio un’esecuzione. Perché Gastone Melcher dopo sette mesi dalla fine della guerra aveva ancora con sé quel lasciapassare alleato?  Temeva di dovere spiegazioni? E a chi? Pochi giorni dopo il rinvenimento del corpo ai famigliari viene fatto recapitare un biglietto con su scritto: “giustizia e non vendetta”, l’assassino o gli assassini, rivendicano il gesto, attendevano anch’essi quel momento.   

Questo fatto di cronaca suscitò subito la nostra attenzione, non perché fosse insolito imbattersi in una vendetta nel 1945, sia chiaro, piuttosto perché il ruolo di Melcher sembrava essere quello di un informatore silente e poco esposto, un lavoratore sul quale non potevano ricadere dubbi, un uomo normale, insomma, il prototipo perfetto dell’agente della Banda Gialla che dopo aver rischiato in tempo di guerra sarebbe tornato alla normalità, in tempo di pace, certamente più in fretta e più facilmente di tutti coloro che avevano scelto questo o quello schieramento. E invece no, per Melcher non andò così.  Il dettaglio decisivo affiora non dalla sua vita pubblica, ma dalla memoria postuma: il suo nome compare anche tra i caduti della Repubblica Sociale Italiana, identificato come maresciallo della Guardia Nazionale Repubblicana, comando provinciale 610 di Como. Nome, cognome, data e luogo di nascita coincidono perfettamente, eliminando ogni dubbio sull’identità. Ed è proprio questa sovrapposizione a chiudere il cerchio, perché la sezione della GNR 610 di Como è la stessa da cui provenivano, sottobanco, le informative segrete destinate al conte Comito sulle attività connesse a vario titolo alla Banda Gialla. Dunque, Melcher svolgeva questo ruolo in modo così esposto da essere inquadrato nei ranghi della RSI? Resta difficile da pensarlo ma le carte propendono per farlo credere senza esitazioni. E poi c’è il modo in cui viene ucciso e la rivendicazione: l’autore o gli autori ritengono di aver fatto “giustizia” e questo è un fatto politico, ideologico, non certo una rapina finita male.  

Tuttavia il suo ruolo recente di agente era coperto dal segreto; la sua morte, dunque, non poteva essere spiegata, non poteva essere resa pubblica nella sua reale dimensione, non poteva essere indagata fino in fondo e così è stata assorbita dalla cronaca, ridotta a episodio isolato di cronaca nera, priva di contesto, consegnata all’oblio. Melcher, come tanti agenti silenziosi della Banda Gialla, non era un eroe da lapide, da commemorazione ma un uomo d’ombra, di confine, e proprio al confine tra Italia e Svizzera sarà ucciso.

Copyright © 2026 Damiano Trillò 

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