Georges Mantello, nato György Mandl in una famiglia di ebrei ortodossi ungheresi, rappresenta una delle figure più affascinanti e controverse della resistenza ebraica durante la Seconda Guerra Mondiale. Imprenditore di talento e diplomatico improvvisato, il suo operato intrecciò affari, diplomazia e salvataggio, contribuendo a salvare migliaia di vite. Eppure, la sua storia è stata spesso trascurata, nonostante il suo impatto significativo nel contesto dell’Olocausto.
Le origini e le prime sfide
Nato in Transilvania, all’epoca parte dell’impero austro-ungarico, György Mandl si formò in una famiglia profondamente legata alla tradizione ebraica. Trasferitosi a Budapest, costruì una carriera di successo nel settore tessile, ampliando i suoi affari in Romania e creando una rete di contatti che si rivelò cruciale durante la guerra. Con l’avvento del nazismo, Mandl affrontò una scelta drammatica: rimanere e rischiare la vita o fuggire. Nel 1941, decise di abbandonare l’Ungheria, intraprendendo un viaggio pericoloso che lo portò a Zagabria e infine in Svizzera.
La svolta diplomatica
In Svizzera, Mandl trovò una nuova identità grazie a José Arturo Castellanos, diplomatico salvadoregno che lo nominò Primo Segretario del Consolato del Salvador a Ginevra. Da quel momento, divenne Georges Mantello. Questo ruolo gli permise di operare sotto la protezione diplomatica e di avviare una delle più grandi operazioni di salvataggio umanitario della guerra.
Mantello emise migliaia di certificati di cittadinanza salvadoregna per ebrei europei, proteggendoli dai decreti antisemiti. Nonostante il rischio di non essere riconosciuti ufficialmente, questi documenti rappresentavano una possibilità di salvezza concreta per molte famiglie. Parallelamente, Mantello utilizzò la sua rete di contatti per diffondere informazioni vitali, tra cui i Protocolli di Auschwitz, un documento sconvolgente che descriveva nei dettagli i crimini dei campi di sterminio.
La collaborazione con Filiberto Comito e la Banda Gialla
Se Mantello rappresentava l’elemento diplomatico, Filiberto Comito incarnava l’anima operativa della resistenza. Ufficiale dell’esercito italiano e membro della Banda Gialla, Comito utilizzò la sua posizione per orchestrare operazioni di intelligence e sabotaggio contro le forze fasciste e naziste. La Banda Gialla, una rete clandestina composta da ufficiali italiani antifascisti, aveva il compito di coordinare il flusso di informazioni, risorse e persone attraverso il confine svizzero.
Comito e Mantello collaborarono strettamente, unendo le rispettive competenze per creare una sinergia tra diplomazia e azione diretta. Le intercettazioni telefoniche condotte dai servizi di sicurezza svizzeri rivelano che Comito agiva come intermediario per facilitare le comunicazioni tra diversi attori della resistenza. La loro collaborazione mescolava affari commerciali reali con operazioni clandestine per il salvataggio di ebrei e la trasmissione di informazioni riservate al confine. Questo connubio tra affari e spionaggio sottocopertura spesso superava i limiti del lecito, spingendo le autorità elvetiche, ignare dei livelli più profondi dell’operazione, a considerare il loro operato ambiguo.
La diffusione dei Protocolli di Auschwitz
Nel 1944, Mantello ricevette una copia dei Protocolli di Auschwitz, redatti dai sopravvissuti Rudolf Vrba e Alfred Wetzler. Il documento denunciava l’orrore dei campi di sterminio e includeva un appello disperato: “Fate tutto il possibile per fermare questo massacro”.
Con l’aiuto di Paul Vogt e Hans Schaffert, Mantello avviò una campagna internazionale per sensibilizzare l’opinione pubblica. Migliaia di copie furono distribuite a governi, organizzazioni religiose e media. La pressione generata contribuì a convincere Miklós Horthy, reggente ungherese, a sospendere temporaneamente le deportazioni verso Auschwitz, salvando decine di migliaia di vite.
Tuttavia, il successo della diffusione dei Protocolli non può essere separato dal legame operativo tra Mantello e Comito. Ripetutamente segnalato dalle intercettazioni ambientali, il loro rapporto andava ben oltre una semplice collaborazione privata. Operando ai limiti del lecito, Mantello e Comito seppero sfruttare le circostanze straordinarie imposte dalla guerra, in cui ogni azione era al contempo mossa da idealismo, sopravvivenza e opportunismo.
Un esempio lampante è il ruolo della ItalEuropa, società di trasporti internazionali fondata da Comito nel 1943, apparentemente per facilitare rapporti commerciali con l’Est Europa. In realtà, questa struttura serviva anche per supportare operazioni di intelligence e logistica clandestina. A testimonianza di ciò, il contatto chiave con Walter Garret, direttore dell’agenzia British Exchange Telegraph, fu mediato proprio da Comito. Garret, a sua volta legato al generale Freddy West, contribuì alla diffusione internazionale dei Protocolli di Auschwitz, rendendo possibile un impatto mediatico e politico decisivo.
Il contesto storico e le figure chiave
La storia di Mantello si intreccia con quella di altre figure emblematiche della resistenza, come Carl Lutz, Raoul Wallenberg e Giorgio Perlasca. Lutz, viceconsole svizzero a Budapest, creò le “case protette” per ospitare migliaia di ebrei. Wallenberg, diplomatico svedese, utilizzò passaporti di protezione per salvare vite. Perlasca, fingendosi console spagnolo, organizzò il salvataggio di migliaia di ebrei ungheresi.
Nonostante i loro contesti operativi differenti, queste figure condivisero l’obiettivo comune di contrastare il genocidio. Mantello, con la sua rete diplomatica, completò il quadro, dimostrando che la resistenza poteva assumere molte forme.
Un’eredità complessa
Sia Mantello che Comito affrontarono critiche e difficoltà nel dopoguerra. Mantello fu oggetto di accuse che miravano a screditare il suo operato, ma la difesa pubblica e il riconoscimento di figure come Carl Lutz confermarono l’importanza del suo contributo. Comito, invece, mantenne un basso profilo, continuando a operare nell’ombra.

La loro storia, oggi più che mai, sottolinea l’importanza di riconoscere il valore della collaborazione e del sacrificio personale in tempi di crisi. La rete che costruirono non fu solo una risposta al nazismo, ma un esempio di come l’intelligenza, la determinazione e la solidarietà possano cambiare il corso della storia.
L’eredità di Mantello e Comito rimane una testimonianza potente di resistenza e umanità, la loro vicenda, intrecciata con quella della Banda Gialla, merita di essere ricordata non solo come un capitolo della Seconda Guerra Mondiale, ma come un insegnamento universale sulla forza della cooperazione umana ben sintetizzata dalla testimonianza di Simon Wiesenthal, noto come il “cacciatore di nazisti”, che sottolineò l’importanza delle azioni di Mantello:
«Il Console Lutz e gli altri diplomatici neutrali a Budapest furono in gran parte impotenti contro la deportazione di 350.000 ebrei ungheresi ad Auschwitz tra il 15 maggio e l’8 luglio 1944. Questo fu fermato sotto pressione internazionale quando Horthy, il reggente d’Ungheria, sospese temporaneamente le deportazioni. Il suo ordine fu in gran parte il risultato di una campagna stampa senza precedenti nei paesi neutrali e occidentali, che — con l’aiuto indiretto del Console Lutz — Georges Mandel-Mantello, un rifugiato ebreo ungherese in Svizzera».
Nel 1988, il sindaco di New York, Edward I. Koch, gli conferì la Medaglia per i Diritti Umani intitolata a Eleanor Roosevelt, e nel 1989 ricevette un dottorato honoris causa dalla Yeshiva University.
Non solo, dunque, un attore nella resistenza, ma un esempio di come la tenacia e l’ingegno possano salvare vite e cambiare il corso della storia.
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