Ci sono momenti nella storia che nonostante l’assenza di una documentazione ufficiale completa riescono a segnare in modo indelebile il destino di una nazione. La notte tra il 24 e il 25 luglio 1943, durante la quale il Gran Consiglio del Fascismo votò l’ordine del giorno di Dino Grandi, è uno di quei momenti. Con quel voto, Benito Mussolini venne deposto e il ventennio fascista si concluse, aprendo un capitolo decisivo per l’Italia. Tuttavia, quella storica seduta si svolse senza stenografi, verbali ufficiali o comunicati dettagliati. Per decenni si è parlato di un “verbale che non c’è”, un documento considerato perduto o inesistente in larga parte desunto da una serie innumerevoli di fonti apocrife. Ma grazie ai documenti desecretati dagli archivi americani, emerge una nuova e inaspettata verità.
Il ritrovamento del verbale
Nel luglio del 1944, a distanza di un anno dalla caduta di Mussolini, il Psychological Warfare Branch (PWB) degli Alleati ricevette un documento che attestava l’esistenza di un verbale della storica seduta. Questo documento, classificato come “Secret”, venne inviato dal maggiore Ivor Manley a figure chiave dell’intelligence alleata come Harold Caccia e Samuel Reber. Il verbale, tradotto in inglese e distribuito in tredici pagine, rappresentava la prima testimonianza diretta di quanto avvenuto quella notte. Secondo appunti manoscritti allegati, il testo era stato redatto da un testimone oculare del Gran Consiglio: Giuseppe Bottai, uno dei principali fautori dell’ordine del giorno Grandi, scrivono a mano gli ufficiali alleati in nota alla prima pagina del dossier.
Questo verbale non solo offriva agli Alleati una preziosa fonte di informazioni sulle dinamiche interne al regime fascista, ma rappresentava anche un tassello fondamentale nella guerra psicologica condotta dal PWB. Attraverso le informazioni dettagliate di questo documento, gli Alleati potevano confutare le narrazioni fasciste e consolidare il proprio controllo sul racconto storico degli eventi.

Giuseppe Bottai: dal Gran Consiglio alla Legione Straniera
Giuseppe Bottai, figura di spicco del regime fascista e uomo di cultura, è centrale in questa vicenda. Dopo aver votato a favore dell’ordine del giorno Grandi, contribuendo alla caduta di Mussolini, si trovò braccato sia dai tedeschi che dalla neonata Repubblica Sociale Italiana. Rifugiatosi nel monastero di Palazzolo, vicino a Castel Gandolfo, riuscì infine a fuggire e ad arruolarsi nella Legione Straniera francese.
L’arruolamento avvenne a Sidi-Bel-Abbes, in Algeria, sotto lo pseudonimo di Andrea Battaglia. All’età di 49 anni, Bottai dichiarò di averne 44 per rientrare nei limiti di età richiesti e grazie al naturale do ut des che soggiace ogni azione di spionaggio e controspionaggio ottiene un visto che gli permette di allontanarsi nonostante per gli italiani fosse stata interdetta, a quella data, ogni richiesta di arruolamento. Grazie alla sua esperienza militare, maturata durante la Prima guerra mondiale e nelle campagne in Etiopia e Grecia, venne rapidamente assegnato al 1° Régiment étranger de cavalerie (REC). Fu così che l’ex ministro dell’educazione nazionale partecipò allo sbarco in Provenza nel settembre del 1944 e alle successive operazioni militari in Alsazia e Germania.
La sua decisione di arruolarsi nella Legione Straniera non fu dettata solo dalla necessità di sfuggire alla cattura, ma rappresentò un atto di espiazione personale. In un contesto in cui molti gerarchi cercavano rifugio o compromessi, Bottai scelse di combattere per riscattare se stesso, mantenendo fede al giuramento di silenzio dei legionari anche dopo il suo ritorno in Italia nel 1948.
Il ruolo del Psychological Warfare Branch
Il PWB, Psychological Warfare Branch, fu l’unità alleata incaricata di gestire l’informazione e la propaganda nei territori liberati. Composto da ufficiali britannici e americani, il PWB controllava stampa, radio e cinema, utilizzando queste piattaforme per plasmare l’opinione pubblica. Il ritrovamento del verbale del Gran Consiglio si inserì perfettamente in questa strategia. Attraverso la sua diffusione intera o parziale, il PWB mirava a delegittimare Mussolini e il fascismo, mostrando le divisioni interne al regime e sottolineando l’opposizione di figure come Bottai.
L’ottenimento del verbale avvenne in un momento cruciale: un giorno prima che Mussolini pubblicasse il suo ultimo articolo sul “Corriere della Sera”, nel luglio del 1944 proprio sulla notte del Gran Consiglio, una congiuntura di date non casuale. Questo tempismo dimostra quanto il controllo della narrazione fosse strategico per gli Alleati.
Montanelli e il legame con Bottai
Indro Montanelli, uno dei più grandi giornalisti italiani del XX secolo, offre un ulteriore tassello per comprendere la complessità di questi eventi. Arrestato nel 1944 e condannato a morte dai tedeschi, Montanelli dichiarò di essere stato accusato di aver partecipato alla congiura del 25 luglio. Sebbene negasse un coinvolgimento diretto, riconobbe di averne avuto sentore e definì in modo inequivocabile il ruolo di Bottai nel suo passaggio dal fascismo all’antifascismo. Montanelli scrisse:
“Il nostro passaggio dalla fronda all’antifascismo avvenne […] all’italiana. Ossia: noi attraversammo il confine tra fascismo e antifascismo sotto l’ala protettiva di qualche fascista. Avvertendo che il regime era alle corde, i gerarchi più accorti cercavano infatti un aggancio con le nostre generazioni che in futuro avrebbe permesso anche a loro di rimanere a galla. Ognuno di noi insomma ebbe un santo fascista che protesse il suo antifascismo: Longanesi ebbe Balbo, io Bottai.”
Il ritrovamento del verbale del Gran Consiglio non è solo un evento documentale, né un semplice tassello di una ricerca storica. È, invece, una porta che si apre verso un tempo in cui il destino collettivo dell’Italia si intrecciava inestricabilmente con le scelte, le debolezze e le speranze individuali dei suoi protagonisti. Questo documento, che getta luce sulla notte tra il 24 e il 25 luglio 1943, va ben oltre la mera ricostruzione dei fatti; ci pone di fronte a un crocevia morale e umano, dove il singolo e la collettività si fondono in quella che si potrebbe definire “la grande storia”.
Indro Montanelli e Giuseppe Bottai emergono come figure emblematiche di questo intreccio. Montanelli, con il suo percorso tormentato verso l’antifascismo, e Bottai, il “santo fascista” che lo traghettò oltre il confine, incarnano quel passaggio “all’italiana” che tanto racconta della nostra storia e della nostra identità. In Bottai non si scorge solo il gerarca che tradì Mussolini, ma anche l’uomo che cercò redenzione nella Legione Straniera, rinunciando a tutto per riscattare la propria coscienza. In Montanelli, invece, si legge l’intellettuale che attraversò il fascismo come una terra di confine, tra lealtà tradite e nuovi orizzonti da abbracciare.
Questo verbale, redatto in un momento di svolta epocale e poi consegnato agli Alleati, lega le vite di questi uomini in un nodo indissolubile. Non si tratta solo di comprendere la trama delle vicende politiche che portarono alla caduta del fascismo, ma anche di cogliere l’essenza di quelle scelte personali che, nel caos della guerra, diventarono pilastri di una nuova storia. Montanelli stesso riconosceva che il passaggio dall’antifascismo non era mai netto, ma sempre mediato da “un santo fascista” che permetteva di traghettare dall’altra parte. E Bottai, con il suo gesto di consegnare il verbale e la sua decisione di combattere nella Legione Straniera, sembra aver incarnato quel ruolo con una consapevolezza che sfida ogni banalizzazione.
Nella mia ricerca per scrivere Montanelli e la Banda Gialla, questo documento ha assunto un significato doppiamente prezioso. Non solo perché illumina un passaggio cruciale della nostra storia politica, ma anche perché lega indissolubilmente le scelte individuali alle dinamiche collettive. La notte del Gran Consiglio e il “verbale che non c’è” sono più di un simbolo: sono un monito su quanto il personale e il politico siano sempre in dialogo, su quanto la storia viva e respiri nelle decisioni degli uomini.
Il documento del verbale del Gran Consiglio con la sua essenza sfuggente eppure così potente trascende la linearità della storia per rivelare un intreccio profondo di destini, ambizioni e ideali. È un documento che non si limita a testimoniare un momento cruciale, ma si fa chiave interpretativa di un tempo complesso, dove il personale e il collettivo si fondono in modo inscindibile. La sua importanza risiede proprio in questa capacità di connettere il grande al piccolo, il pubblico al privato, offrendo una lente unica attraverso cui rileggere le vicende dell’Italia e il percorso umano di figure come Bottai e Montanelli.
Copyright © 2025 Damiano Trillò
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